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didi Pechino accusa Didi Chuxing di  “Raccolta illegale di dati personali” e ha deciso di rimuovere la sua App dagli store in lingua cinese per “aver violato la legge che disciplina la raccolta delle informazioni dei clienti”.  Chi ha già scaricato l’app potrà continuae ad utilizzzarla. Fondameltalmente il partito comunista cinese le big tech hanno alzato troppo la testa e vanno castigate.

Didi è il gigante cinese di noleggio autovetture, consegne a domicilio e servizi di trasporto, che da tempo ha spodestato dal mercato cinese la rivale americana Uber, che oggi possiedie  il 20 % di Didi.

Le azioni di Didi sono crollate di oltre il 20 % delle azioni a Wall Street dopo l’annuncio del governo.

I problemi di Didi con le autorità cinesi

C’era stato un primo avvertimento da parte della Cyberspace Administration of China (CAC): l’autorità aveva invitato Didi a “prendere misure concrete per risolvere le lacune esistenti in conformità con i regolamenti e gli standard nazionali, col fine di garantire la sicurezza delle informazioni degli utenti”; pena l’esclusione dal mercato globale.

Nonostante l’ammonimento, è arrivata comunque l’indagine su Didi per proteggere «la sicurezza nazionale e l’interesse pubblico», con un tempismo tutt’altro che ideale per l’azienda cinese.

Erano trascorsi solo due giorni da quando l’azienda aveva debuttato alla Borsa di New York, ottenendo peraltro un’incoraggiante valutazione intorno ai 74 miliardi di dollari. Didi aveva raccolto circa 4,4 miliardi di dollari  nell’offerta pubblica iniziale. Infatti,  questa è stata la seconda maggiore Initial Public Offering cinese a Wall Street dopo Alibaba, che nel 2014 si è attestata a 21,8 miliardi.

 

I danni causati dall’indagine

Le conseguenze sono state ingenti: da una parte il crollo delle azioni ha comportato l’erosione di circa 15 miliardi di dollari di valore di mercato e dall’altra innumerevoli cause intraprese dagli azionisti statunitensi nei confronti della società per non aver avvisato i soci delle indagini in corso e dei problemi in arrivo.

Per parte sua, Didi ha dichiarato che coopererà pienamente alla revisione, precisando che “correggerà ogni problema, oltre a migliorare la prevenzione dei rischi e la tutela della privacy degli utenti”.

 

Il vero obiettivo della politica del Partito Comunista

xi jinpingInterventi di questo tipo da parte del governo di Pechino sulle imprese private dimostrano l’ennesimo tentativo di scoraggiare le aziende cinesi a quotarsi all’estero.

Quello di uscire dai confini nazionali sembra essere ancora un passo azzardato per le aziende tecnologiche cinesi. Inoltre, Pechino ha intrapreso una campagna di inasprimento dei controlli sia all’esterno che all’interno del territorio nazionale.

“La misure decise da Pechino riguardano soprattutto le aziende che hanno scelto di quotarsi in America– spiega Bruce Pang, analista di China Renaissance Securities.

Quello di Didi non è certamente un caso isolato infatti.

Già altre high tech hanno dovuto pagare caro il prezzo di “aver alzato troppo la testa” ed essersi allontanate dai confini nazionali.

 

I precedenti del caso Didi

Tutto è cominciato con l’attacco frontale al colosso dell’e-commerce fondato da Jack Ma, Alibaba e alle sue controllate, demolite un pezzo alla volta. Infatti, l’offerta pubblica (IPO) da 37 miliardi di dollari di Ant Group, la holding che controlla Alibaba, è stata fatta saltare all’ultimo momento. Inoltre, la stessa Alibaba è stata multata per 2,7 miliardi di dollari con l’accusa di “abuso di posizione dominante”.

Stessa sorte è toccata ad altre società:

  • La Tencent Holdings, celebre per la sua app di messaggistica WeChat, multata per non aver reso noti precedenti acquisizioni e accordi commerciali
  • Boss Zhipin, società di reclutamento online sospettata di aver violato le leggi sulla sicurezza nazionale e sulla sicurezza informatica.
  • Prossima “nel mirino” sembrerebbe essere, invece, la società cinese di trasporto di camion Full Truck Alliance (FTA) che, come Didi, ha recentemente fatto il suo debutto alla Borsa di New York, raccogliendo un notevole successo.

 

L’ingratitudine di Pechino

la cina castiga le tech company Diversi scenari, ma stesso target: l’obiettivo sembra essere quello di limitare il più possibile i poteri di sempre maggiore influenza di tali colossi tecnologici.

Il Partito Comunista sembra aver intrapreso una vera e propria persecuzione nei loro confronti, dimenticandosi che sono stati proprio questi ad aver trainato la Cina verso livelli di digitalizzazione altissimi.

La guerra fredda tra Usa e Cina sembra essersi riaccesa e per Pechino il controllo assoluto sui giganti di internet è diventato un fattore a cui non è disposta a rinunciare.

Articolo scritto da: Giulio Visconti

Luca Ferrari

Di origini lombarde, Giulio Visconti ha sempre vissuto a Roma. Ha studiato Economia e si è specializzato in risk management. Una competenza che ha successivamente applicato alla gestione del risparmio.

Giulio è infatti un apprezzato Private Banker. L’unico campo in cui non applica la rigida disciplina per la gestione del rischio è la cucina: i pranzi che prepara per gli amici sono “esagerati”

Giulio

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